Viene così, come niente. Smith sapeva di che parlare, ogni situazione, senza disagio, scorreva con la stessa facilità con cui lui sapeva stare al mondo. Grande il suo fugace mondo, pieno di ballerine, di macchine ronzanti, di trucchi, fondali di naturale bellezza, leggerezza tutt’intorno. Il suo spirito sposava docilmente l’imprevedibilità del set, della pioggia e invece il sole, dei capricci e le crisi, dei ritardi, stando semplicemente al proprio posto; ascoltando, osservando, studiando, soffrendo.
Entrò nella stanza. C’erano due tre persone che si affaccendavano intorno a una sedia, e altre due che sistemavano un grande riflettore davanti. Pensò che stavano preparandogli una bella festa, proprio solo per lui. Ma ci aveva già pensato, come del resto a uscire illeso da quella e altre situazioni. Peterson un giorno gli aveva confidato che non si può prevedere con certezza quasi niente. Smith gli rispose che lui era riuscito a prevedere tutto, finora.
Seduto sulla sedia guardava il suo intervistatore; aveva l’occhio bagnato e qualche pelo sul naso che lo facevano un tipo un po’ trascurato ma di grande cultura. Smith lo osservava sottecchi, cercando di non fissare i peli sul naso, per non sembrare sgarbato, ma più non voleva più lo faceva. Il giornalista aveva l’aria di chi aveva lavorato esclusivamente con registi hard e rideva di ogni affermazione di Smith, e Smith non capiva perché quello fosse così eccitato nell’intervistarlo e perché in fondo tutti fossero così interessati alla sua “situazione”.
-Sig. Smith, come considera il cinema contemporaneo?
-Beh, se paliamo del contesto cinematografico si è un po’ persa la lezione dei numi. Oggi si fa il cinema per mettere a tutto frutto le migliorie tecnologiche. Le attrezzature spartane di una volta sono diventati mezzi piccolissimi leggerissimi, potentissimi; questo, poi, influisce molto sul soggetto, sullo sviluppo del film. Non so, è una questione di umiltà, e poi un fatto di stile. D’accordo?
-Dopo il suo ultimo viaggio in Africa, cosa ha portato via insegnamento?
-I grandi deserti africani sono il miraggio di un tempo lontano, di una certa rudezza e semplicità ma con una potenza espressiva pari a nessun luogo. I giovani africani sembrano gazzelle e uomini integri, incorrotti, e ci fanno un po’ invidia a noi malaticci, tossici occidentali. Dall’Africa porto il ricordo di un uomo di milioni di anni fa e la povertà della società progredita.
-Non crede che la telecamera, inteso come oggetto/espressione di una modernità dell’ultimo secolo, sia di disturbo alla purezza che hai ben descritto delle terre africane?
-D’accordo, ma se consideriamo la camera come una penna per prendere degli appunti, come diceva Astings, o come una presenza invisibile inviata da chissà dove per trattenere una spaccato di realtà che sarebbe peccato perdere, allora la telecamera entra in armonia. Bisogna poter rivedere alcuni momenti, la vita.
-Nanook?
-Già.
-Sig. Smith, il suo nome è legato a quelli ascesi all’olimpo della regia, ma a differenza dei suoi padri lei ha avuto la consacrazione in vita. Lei che c’è lo può dire a voce, come ci si sente a stare così in alto?
-No, grazie, soffro di vertigini, direi.. ma non sono uno di quei grandi comici napoletani, quindi le dirò che non sono in realtà così in alto; io, come i miei illustri colleghi e mentori, stiamo su un alto sgabello, poco più in alto delle teste degli voi altri, e osserviamo la nostra storia che cresce attraverso i nostri occhi. Ricordo, una volta, Ferlini, seduto lassù.. pareva un re.. eppure si comportava come fosse solamente un addetto, una matricola, uno dei tanti: ma lui era il creatore, generosamente metteva il suo prodigio davanti agli occhi di tutti.
-Ci vuole parlare del suo ultimo lavoro? IL?
-..beh, aspetti di vederlo. Poi le farò io questa domanda. Non vorrei rovinarmi il piacere di sentire i miei esegeti sparare un mucchio di teorie, interpretazioni e stronzate sul mio lavoro!
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